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  • Paola Bernasconi

Cosa racconta la PARoLA: fantasia

Fantaṡìa s. f. [dal lat. phantasĭa, gr. ϕαντασία, der. di ϕαίνω «mostrare»]. – 1. a. Facoltà della mente umana di creare immagini, di rappresentarsi cose e fatti corrispondenti o no a una realtà […] b. L’attività del fantasticare […] 2. a. Con riferimento concreto alle cose volta per volta immaginate o create con la fantasia […] b. Falsa invenzione, bugia […] c. Fenomeno naturale straordinario […] 3. Bizzarria, capriccio, voglia […] 4. Presso alcune popolazioni primitive dell’Africa settentr. e dell’Etiopia, celebrazione di qualche fausto avvenimento della vita familiare o tribale, mediante danze e canti o parate a cavallo, durante le quali i cavalieri spingono il destriero a un furioso galoppo, urlando e sparando in aria con i loro fucili.

Decidere quale parola raccontare oggi non è stato difficile. È stato l’atto stesso di pensarla a elevarla a parola degna di un post: perché si è mostrata, rivelata come la sua stessa etimologia insegna.

Di questa parola ero rimasta affascinata leggendo “Alla fonte delle parole” di Andrea Marcolongo, libro su novantanove etimologie del quale, ancora una volta, consiglio la lettura (repetita iuvant). Sono state le righe scritte dalla Marcolongo a svelare una verità: la fantasia non è solo pura immaginazione di pensieri, forme e emozioni anche irreali; la fantasia è (forse soprattutto) rivelazione (ϕαίνω) del nostro mondo interiore libero di mostrarsi a noi.

Non è questa una fantastica scoperta? Non è fantastico lasciare che si palesi a noi tutti, tutto quell’universo fatto di incanto, gioia, felicità ma anche di frustrazioni, rimpianti, rabbie e dolori? No. Non è fantastico, diciamocelo. Perché si dice fantasia ma si pronuncia bellezza (io, per esempio, se dico Fantasia penso subito a quel cartone magnifico della Disney pieno di elefanti impegnati in danze lisergiche).


E invece no, l’altra faccia della fantastica medaglia è meno carina, coccolosa e luccicosa ma, diciamoci anche questo, necessaria. Perché, che lo vogliamo o no, la fantasia, con tutto il suo fardello di bello, brutto e cattivo, ci aiuta a dare senso alla nostra realtà oltrepassando limiti di percezione razionali, collegando puntini che altrimenti non avremmo collegato (come quelli della Settimana Enigmistica di mia madre che non mi facevo mai sfuggire).


E mentre mi lancio senza paracadute in un monologo pseudofilosofico, la mia fantasia corre veloce in un saliscendi di splendori e brutture: tra elefanti rosa e un anno di pandemia; smart working e yoga; nuove cose e cose che si ripetono sempre allo stesso modo; lavori nuovi e quelli da sogno; viaggi rimandati e quelli da organizzare; parole scritte e parole da pensare ancora; insofferenze e appagamenti.


E ora ringraziamo tutti la nostra fantasia, ringraziamola in coro e ad alta voce: ben venga che ci sveli il nostro lato oscuro e tutto il resto. Senza questo fantastico marasma, quest’ultimo anno e i mesi che anche ancora ci aspettano sarebbero stati parecchio più difficili.

Abbracciate la vostra fantasia, svincolatela da ogni appiglio, cadete e rialzatevi. Io mi zittisco, perché inizio ad assomigliare a uno dei discorsi motivazionali di Steve Jobs.


Colonna sonora: la pioggia e il motore acceso delle macchine qui fuori.

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